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Gabriella Falcone

Commento relativo a: Gabriel Omar, Batistuta Menu rapido per la persona: Gabriel Omar Batistuta

Gabriel Omar Batistuta

a cura di: Gabriella Falcone Redazione Emozione Calcio
Foto di: Gabriel Omar Batistuta Fuoriclasse si nasce, non si diventa. È la frase che accompagna le vittorie dei grandi campioni sportivi, sono queste le parole che legittimano la loro unicità. Per Gabriel Omar Batistuta invece non è così, perché lui campione lo è diventato col tempo e sul campo, grazie alla grinta e alla determinazione, all’esercizio e alla costanza.
Da bambino, addirittura, nelle stradine di Reconquista (nasce ad Avellaneda l’1 febbraio 1969, ma cresce e vive a Reconquista, un paesino vicino a Santa Fé, Argentina) preferisce il basket al “solito” calcio; ma quando nel 1978 assiste alle partite della nazionale argentina durante i mondiali casalinghi, rimane folgorato dal “Matador” Mario Alberto Kempes e vuole ricalcarne le orme. Entra nelle giovanili del Platense, vince il campionato provinciale battendo i cugini dei Newell’s Old Boys di Rosario, che – trafitti dalle sue due reti – subito pensano di ingaggiarlo. Tuttavia, l’esordio non fu dei più semplici per il diciannovenne Gabriel: lontano dalla famiglia e dalla futura moglie Irina – conosciuta alla sua quinceañera, al quindicesimo compleanno che in Argentina si suole festeggiare in pompa magna -, costretto a seguire la vita da sportivo e a combattere i problemi di sovrappeso, non si espresse al meglio e a fine stagione venne ceduto al Deportivo Italiano. Con la selezione di Buenos Aires partecipò al Torneo di Viareggio, ne divenne il capocannoniere e non sfuggì agli occhi attenti dei talent scout. In patria fu subito richiesto dal blasonato River Plate, ma il mister Passarella (con il quale avrà problemi anche in seguito in Nazionale) lo mise fuori rosa a metà anno nonostante i 17 gol. I rivali del Boca Juniors erano alla finestra, e non si fecero sfuggire il campioncino. Dopo una prima stagione mediocre, Batistuta fu rigenerato dall’arrivo in gialloblu di Oscar Tabarez nel 1991, e con lui vinse campionato e classifica cannonieri. Anche alla successiva Copa America, vinta dalla selezione albiceleste, l’attaccante fu capocannoniere con sei reti, e il suo talento colpì dritto al cuore il presidente della Fiorentina Vittorio Cecchi Gori, che volle portarlo a tutti i costi nelle file gigliate.
È con i viola che iniziò l’epopea di Batigol: certo, dopo il gol agli odiati nemici della Juventus, il feeling con la tifoseria potrebbe sembrare scontato, ma in realtà la sua carriera va ben oltre una rete “goliardica”. La decennale avventura in viola fu, infatti, un crescendo di tecnica e potenza, di anno in anno il numero nove seppe migliorare le sue prestazioni con umiltà e voglia di emergere, e anche la retrocessione in serie B fu un’occasione per mettersi in gioco e affinare le sue abilità. Dal 1994/95, poi, il suo intuito da bomber di razza fu supportato egregiamente da un organico di rilievo, visto che la squadra toscana annoverava giocatori del calibro di Rui Costa, Toldo, Flachi e Baiano, e i suoi 26 centri in stagione lo dimostrano. Di destro, di testa, di fino, di potenza, era quasi sempre lui a risolver le partite e a correre verso la bandierina del corner brandendola come un ammiraglio. Egida per compagni e tifosi, Batistuta fu un susseguirsi incessante di record, con la squadra di club e in Nazionale: undici giornate consecutive con gol in A (primato precedentemente detenuto da Ezio Pascutti), con un suo gol nella fase a gironi della Champions la Fiorentina è l’unica squadra italiana ad aver vinto nel vecchio stadio di Wembley, con 152 reti è il marcatore più prolifico nella storia viola (superato anche lo svedese Kurt Hamrin) e con 184 totali l’ottavo marcatore in serie A; è dal 1997 il topscorer della Selecciòn con 56 reti, primatista di gol segnati nelle fasi finali dei mondiali (10 i suoi centri, alle sue spalle Maradona con 8), e primo calciatore a realizzare due triplette in due mondiali diversi.
Ma, come ogni storia di grande passione, anche quella tra Gabriel e Firenze vive di picchi incontenibili, crisi, presunti tradimenti e inevitabili separazioni: e così, dopo le lacrime per la retrocessione in B, i 207 gol totali in 332 presenze (indimenticabili quelli in Coppa delle Coppe al Camp Nou contro il Barcellona in cui zittisce tutto lo stadio col dito davanti alla bocca, e al portierone belga del Benfica Michel Preud’Homme, la splendida rovesciata in campionato all’Udinese, le reti storiche nello stadio di Wembley contro l’Arsenal e all’Old Trafford contro il Manchester United in Champions), il Bati ha messo per due volte da parte i dubbi sul progetto viola dopo gli esoneri di Ranieri e Malesani pur di rimanere. Ma, alla fine, le divergenze con il presidente e la voglia di vincere qualcosa in un ambiente diverso hanno convinto l’ultimo grande capitano gigliato a cambiare aria – i gossip che circolavano in città sulle sue presunte scappatelle sono probabilmente stati l’ultima goccia del vaso (le malelingue sostenevano addirittura che l’ “Irina te amo” urlato dinanzi alla telecamera in finale di Supercoppa di Lega contro il Milan fosse un modo per allontanare le voci di crisi). C’era la Roma di Franco Sensi pronta ad accogliere il suo “Re Leone”, e nell’estate del 2000 per la cifra record di 70 miliardi delle vecchie lire riuscì anche a battere la concorrenza di Inter e Lazio.
La scelta si rivelò subito azzeccata, perché grazie alla maestria di Capello in panchina e ai 20 gol del trentunenne Batistuta, il club capitolino portò a casa il terzo scudetto della storia giallorossa: memorabili la doppietta al Parma, la tripletta al Brescia e al Verona, la sassata da fuori rifilata agli ex compagni di squadra per cui scoppiò in lacrime, e la rete nel derby contro la Lazio. Dopo l’esordio col botto, però, inizia il declino, per il ripresentarsi dei soliti problemi alla caviglia: 6 gol nella seconda stagione, 4 nel girone d’andata della terza. Nella sessione invernale del calciomercato, perciò, Batigol accetta le lusinghe del patron nerazzurro Moratti e si trasferisce all’Inter, dove comunque l’astinenza da gol non svanisce (saranno solo due le reti in serie A). La delusione sulla sponda giallorossa del Tevere è cocente, piovono le critiche e i fischi, e perfino il riservato presidente Sensi – tradito dal suo pupillo – lo descrive come un calciatore finito, come una “sòla” rifilata coscientemente all’Inter. Ma la “mitraglia” (dal nome della sua singolare esultanza) aveva voglia di colpire ancora, e allora a 34 anni, dopo 12 stagioni nel Bel Paese, l’argentino decide a suon di petrodollari di trasferirsi in Qatar per giocare ancora. Con l’Al-Arabi firma un principesco biennale da 8 milioni di dollari a stagione, e centra anche l’obiettivo scudetto. Ad oggi, sebbene il suo sogno dichiarato sia quello di allenare la nazionale argentina, si dedica alla sua linea d’abbigliamento “GB” con sede a Firenze, al polo (non molto tempo fa è ritornato nel capoluogo toscano per una partita di beneficenza, accolto calorosamente dai suoi tifosi), alla caccia, alla pesca, al volo, e al suo lavoro da telecronista sportivo in patria. Già, perché se è vero che non gli è mai riuscito di star lontano a lungo dalla sua terra d’origine, è altrettanto vero che l’Italia e Firenze gli son rimaste nel cuore, e un tipo serio come lui non cancella facilmente i sentimenti.
“Cien veces gracias Bati”, recitava lo striscione appeso in curva Fiesole, “cento volte grazie Bati”. Non importa, insomma, esser un Pallone d’Oro. E i fans gigliati che, incantati dalle sue magie, gli avevano addirittura dedicato una statua, non perdono occasione per dimostrare al loro idolo che a chi ha portato in alto il nome della loro città si perdona anche un tradimento.
4 agosto 2009

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